Il Racconto dei Racconti

il-racconto-dei-racconti-posterTre regni vicini e senza tempo.

Nel primo c’è la Regina di Selvascura (Salma Hayek), disperata perché non riesce ad avere un figlio. Una notte un negromante suggerisce la soluzione: la Regina dovrà mangiare un cuore di drago cucinato da una vergine. La Regina ne guadagna un Re morto e un figlio, Elias. Ciò che non sa, però, è che la vergine che l’ha aiutata avrà, per incanto, il fratello gemello di Elias, Jonah. I due crescono identici come gemelli, uniti da un affetto indissolubile che però la Regina non tollera..

Nel frattempo, il Re di Roccaforte (Vincent Cassel), alla ricerca di nuovi piaceri, ode una voce deliziosa provenire da una misera casetta sotto le mura del castello e se ne invaghisce: la invoca, le chiede invano di mostrarsi. Tuttavia, il Re, non sa che in quella casa non vive una giovane donna, bensì due vecchie sorelle..

L’ultimo regno è quello di Altomonte (Toby Jones) . Il Re cattura una pulce e ne fa in segreto il suo animale domestico che alleva e fa crescere a dismisura. Alla morte dell’enorme insetto, il Re, addolorato, lo fa scuoiare e chi riconoscerà l’identità di quella pelle avrà in sposa sua figlia, Viola. Il sovrano è convinto che nessuno possa indovinare ed effettivamente tutti i pretendenti accorsi sbagliano.. finché un Orco, col suo fiuto infallibile, indovina..

E, dunque, Matteo Garrone ha deciso di proseguire la sua carriera con una film che, sin dai primi frammenti, ha inevitabilmente il gusto dell’esperimento. Perché, in realtà, Il Racconto dei racconti si prospetta come il naturale prosieguo per un regista che, un po’ per tutti i suoi film, si è sempre concesso di mischiare l’ordinario e lo straordinario, la favola e la vita. Solo che, a differenza delle precedenti opere – vedi Gomorra o Reality – se per arrivare alla magia bisognava partire dal reale, qui la magia è realtà!

Il lavoro del regista e degli sceneggiatori è stato quello di lavorare su un’opera di un’inquietante modernità; selezionare le storie, limare le tematiche, mantenere intatto quei tratti tra il fantasy e il grottesco e rendere il tutto credibile, come se potesse avvenire realmente. Ciò che è rimasto indubbiamente intatto è il potere evocativo di queste storie, ben sottolineato dall’estetica di un film, a ben vedere, curatissimo.

Indubbiamente, i difetti ci sono: avendo un punto di riferimento così forte e, allo stesso tempo, sì facilmente reinterpretabile, si è giocato ben poco con i dialoghi e una delle tre storie – quella con Salma Hayek – sul finale sembra perdere il suo potere evocativo e, a tratti, il suo montaggio ne mette in seria difficoltà la comprensione.

E, tuttavia, soprassedendo su queste inezie, ci par giusto sottolineare i pregi di un simile lavoro. Come detto poco su, Il Racconto dei Racconti ha la parvenza di un esperimento e, come tale, ci si può dire onestamente soddisfatti. Non pochi erano dubbiosi riguardo questa svolta fantasy di Garrone e siamo ben lieti di poter dire che.. non avrebbe potuto far di meglio. Fotografia barocca, costumi sfarzosi e meravigliosi, effetti speciali pregiatissimi che assecondano le fantasie di queste storie. Ma il vero e proprio punto di forza del film potrebbero essere semplicemente le locations e le scenografie mozzafiato – tutte italiane – che, da sole, si presterebbero come eccellente biglietto da visita per l’estero. Perché, di fatto, questo Racconto dei Racconti – girato peraltro in lingua inglese – altro non è che questo: un modo per dire all’estero che l’Italia non parla soltanto di Dolce Vita e di Grande Bellezza ma che, se avesse i soldi – che, in questo caso, sono principalmente francesi – potrebbe fare anche del buon fantasy. Un fantasy tutto suo, più freudianamente perturbante che non favolistico. Ma di questo non potremmo che esserne orgogliosi.

Tutto può cambiare

begin_againIl regista John Carney, da fu produttore musicale qual era, è pienamente consapevole del valore e dell’importanza della musica. Se poi si riesce in qualche modo a dargli la giusta forma assieme all’immagine filmica, ciò che ne vien fuori è vera e propria magia. Il suo primo film, Once, e questa sua seconda opera, dal titolo Begin Again (tradotta in italiano Tutto può cambiare) tentano in qualche modo di sfruttare appieno la musica per riuscire a trasporre sullo schermo la linea intimista dei sentimenti dei protagonisti.

In Tutto può cambiare protagonisti sono Greta (Keira Knightley) e Dave (Adam Levine dei Maroon 5), fidanzati dai tempi del liceo ed entrambi cantautori. I due si trasferiscono a New York quando lui riceve un’offerta da un colosso dell’industria musicale. La celebrità e le molte tentazioni che la accompagnano fanno perdere letteralmente la testa a Dave e incrinano il suo rapporto con Greta. D’altra parte c’è Dan (Mark Ruffalo), un ex dirigente di un’etichetta musicale che, assistendo per caso ad un’esibizione di Greta in un locale dell’East Village, resta subito colpito dal suo talento naturale. Intorno a questo incontro casuale, nel corso di un’estate newyorkese, prende vita la storia di due persone che si aiutano reciprocamente a cambiare.

Nel film numerosi sono i dialoghi e le affermazioni che esemplificano il significato intrinseco dell’intreccio. La musica è la protagonista assoluta e rappresenta una sorta di elemento moralizzante e metaforico attraverso il quale parlare dei sentimenti dei due protagonisti, Greta e Dan. La musica è magia, è quell’elemento che riesce a rendere memorabile anche i quotidiani gesti e i casuali incontri che ognuno di noi compie, ogni giorno. E così è proprio la melodia che unisce i due protagonisti e diventa il leitmotiv attraverso il quale i due decidono di portare avanti le proprie vite. Da una parte c’è il personaggio scarmigliato di Dan, interpretato da uno straordinario Mark Ruffalo, alle prese con gli ingenti fallimenti della sua vita e dall’altra c’è Greta, interpretata dalla sempre più radical chic Keira Knightley, una ragazza col cuore spezzato – ma chi non lo è? – che si ritrova a capire di dover raggiungere dei compromessi per far arrivare una parte di sé al pubblico.

Tutto può cambiare fa rifluire dentro di sé quelli che sono i tipici clichés della commedia romantica, sfruttando appieno le capacità di un cast ben dosato – e ben diretto – senza mai, tuttavia, cedere allo scempio della sdolcinatezza. Dalla sua ha una storia decisamente solida, con personaggi costruiti fin nei minimi particolari e rappresentati con la giusta forma. Per non parlare poi della colonna sonora che riesce anche a mettersi in discussione affinché la storia possa fluire anche al di fuori dei succitati clichés. Un film sicuramente molto carino e gradevole e mai melenso ma, forse, poco incisivo; di sicuro, difficilmente verrà ricordato.

Posh – The Riot Club

movies-the-riot-club-posterIl film si apre nel lontano 1776, con la nascita del Riot Club del titolo originale. Ad anni, o meglio, a secoli di distanza, tornando ai giorni nostri, vediamo che, ad Oxford le cose non sembrano troppo essere cambiate: un gruppo di dieci studenti continua ancora a portare con orgoglio quelli che sono gli ideali del Riot Club: vizio, arroganza, cinismo, spasso senza ritegno né censura. Ma nel corso della cena di iniziazione, complici alcolici e droghe, gli animi di questi dieci ragazzi si scaldano eccessivamente fino ad arrivare a un finale allucinante che potrebbe rovinare la loro reputazione.

The Riot Club (con titolo italiano Posh che sarebbe un termine prettamente british per indicare tutto ciò che è elegante e snob allo stesso tempo) è prima di tutto un’opera teatrale. La sceneggiatrice nonché autrice dell’opera, Laura Wade, ha iniziato a lavorare sullo spettacolo nel 2007, dando il via ad un vero e proprio progetto di ricerca sui ragazzi dell’upper class inglese che frequentano Oxford e Cambridge. Il suo intento non era tanto quello di realizzare una sorta di documentario attendibile sulla vita di questi adolescenti bensì di trasformare uno spettacolo in un pretesto per mostrare una sfaccettatura particolare della natura umana. E, tra l’altro, prendendo in esame una sfumatura, sconosciuta ai più, che avrebbe potuto attrarre il grande pubblico per poi irretirlo con veemenza.

Lo spettacolo è stato messo in scena per la prima volta nel 2010 al Royal Court Theatre e nel 2012 si è spostato al West End Theatre di Londra. A teatro, la storia si concentra unicamente sulla cena di iniziazione: qualcosa che sicuramente su un palcoscenico risulta essere sopportabile ma che al cinema sarebbe parsa, forse, eccessivamente statica a detta della produzione (che, probabilmente, non ha visto Carnage di Polanski). La Wade si è occupata anche della sceneggiatura del film, apportando alcune modifiche. Posh, in effetti, sarebbe facilmente suddivisibile in tre parti: dopo un brevissimo prologo, vi è un primo atto nel quale lo spettatore fa il suo ingresso nella realtà oxfordiana accompagnato da due novizi di tutto rispetto e completamente diversi tra loro (Miles/Max Irons e Alistair/Sam Claflin) e, proprio attraverso loro, viene a conoscenza delle dinamiche dell’esclusivo Riot Club; un secondo atto che è occupato interamente dalle scene della cena; e un terzo atto che rappresenta una sorta di glaciale post-sbronza/ritorno alla brutale realtà.

A dirigere il tutto è Lone Scherfig, scelta apposta perché donna e soprattutto non inglese bensì danese. Come era successo per An Education, il talento di Lone sta proprio nel raccontare queste particolari sfaccettature della natura umana con un carattere prettamente clinico. La regista non fa mai trapelare il suo punto di vista, raccontando la storia in maniera del tutto naturalista ma mai superficiale. Suo il tentativo di provare a inscenare una crescita nei personaggi interpretati da Max Irons e Sam Claflin; prova, in realtà, mediamente riuscita visto che si potrebbe tranquillamente soprassedere su tutta la prima parte del film per passare a quella nettamente più accattivante: la cena. Chiaramente, Posh vuole richiamare nelle sale le orde di ragazze che hanno seguito con passione le carriere dei giovani protagonisti: Max Irons (The Host), Douglas Booth (Romeo e Giulietta di Carlo Carlei) e Sam “Finnick” Claflin (Hunger Games – La ragazza di fuoco, Biancaneve e il cacciatore). Tant’è che il film è stato privato di tutte le scene eccessivamente violente e ben più esplicite (presentate invece a Toronto) proprio per rientrare nella categoria “film per tutti”.

Di fatto, la regista sfrutta bene il talento dei suoi protagonisti salvandosi in corner proprio grazie ai dialoghi e all’inquietante, allucinata sequenza della cena (che se fosse sfociata nella “violenza pop” all’Arancia meccanica probabilmente sarebbe stata qualcosa di memorabile).
Il finale lascia interdetti e anche un po’ a bocca asciutta; eppure è apprezzabile il fatto che si sia portato sullo schermo un film destinato a teen ager con una tematica sociale e morale molto importante che, però, richiede allo spettatore lo sforzo di inquietarsi e riflettere.

The Giver

The-Giver-Movie-PosterIl romanzo di fantascienza di Lois Lowry, The Giver, ha venduto più di dieci milioni di copie in tutto il mondo e ad oggi viene assegnato come lettura nelle scuole medie di tutti gli Stati Uniti accumulando un ingente quantitativo di fan.
L’adattamento cinematografico di The Giver rappresenta la realizzazione del sogno durato vent’anni di .. Jeff Bridges. L’attore – qui anche nelle vesti di produttore – all’epoca era alla ricerca di materiale da far interpretare al padre ma soprattutto di un adattamento cinematografico che potessero vedere anche i suoi figli. Fatto sta che oggi, il ruolo del “giver” – “il donatore” del titolo – che Bridges aveva prospettato per il padre, è diventato suo e sembra che con questo primo capitolo si siano poste le basi di un’eventuale quadrilogia.
Per la sceneggiatura, la scelta è caduta sull’esordiente Michael Mitnick, affiancato dall’esperto Robert B. Weide. Tra gli attori, oltre al suddetto Jeff Bridges, il film può contare sulla divina Meryl Streep, sulla legnosa Katie Holmes e su Alexander “True Blood” Skarsgård . Il protagonista è, invece, lo sconosciuto dalla faccia pulita, Branton Thwaites.
Phillip Noyce, regista australiano di lungo corso, si è ritrovato tra le mani una storia dalle potenzialità illimitate e con un intreccio molto interessante. The Giver è ambientato in una società futuristica in cui l’Umanità ha scelto di annullare tutte le differenze tra le persone al fine di evitare conflitti dilanianti. La vita scorre tranquilla, asettica e.. grigia. L’ordine regna sovrano e l’unico legame con il passato – quello contaminato dalle passioni – è la Cerimonia dei 12 durante la quale un individuo viene scelto come Custode delle Memorie dell’Umanità. Quando il compito toccherà all’adolescente Jonas, la conoscenza di ciò che è stato lo porterà a voler scardinare per sempre l’ordine precostituito..
Ultimamente le distopie young adult si sprecano (Hunger Games, Divergent eccetera) ma, di certo, rappresentano un genere molto interessante e stimolante da guardare. The Giver – Il mondo di Jonas scorre fluido, i suoi novanta minuti non risultano quasi mai pesanti ma regista e sceneggiatori non sono riusciti a sfruttare appieno tutte le potenzialità della storia. Fondamentalmente, non c’è né un vero e proprio protagonista né un vero e proprio villain da sconfiggere – nonostante Meryl sia sempre un piacere da vedere. Niente di troppo memorabile, insomma, ma pur sempre sufficiente.

X-Men Giorni di un futuro passato

xmenSono passati ben 14 anni dalla prima volta di Bryan Singer con i suoi X-men. Nel frattempo, si sono susseguiti due sequel (uno dei quali diretti proprio dallo stesso Singer), due spin-off dedicati al mutante più amato e desiderato, Wolverine/Hugh Jackman, e un prequel/reboot diretto dal papà di Kick-Ass, Matthew Vaughn.

La 20th century fox ha investito enormi risorse in X-men – Giorni di un futuro passato (il secondo maggior investimento della major dopo Avatar) e ora potremmo ben dire: soldi decisamente ben spesi. Perché questo secondo capitolo della nuova saga sui Mutanti della Marvel, non è semplicemente un blockbuster sui super-eroi ma è un film che riesce a racchiudere in sé, con una certa solidità, anche la distopia, l’humor e la fantascienza.

Bryan Singer è riuscito a riunire in un unico film i vecchi X-man con i nuovi creati proprio da Matthew Vaughn (qui co-sceneggiatore), riuscendo a dare un certo spessore ad ognuno di loro, rifuggendo sia la scarnificazione che l’eccessiva introspezione.
Siamo in un futuro che potremmo definire tranquillamente distopico: i mutanti e tutti coloro che li hanno aiutati sono costretti a nascondersi o a combattere con le “Sentinelle”, creature potentissime che possono replicare i poteri dei mutanti, create apposta per la loro distruzione. I “vecchi” Xavier e Magneto (i Sir Patrick Stewart e Ian McKellen) pensano bene di sfruttare il potere di Kitty Pride (Ellen Page) per ritornare indietro nel tempo. E chi meglio di Wolverine (Hugh Jackman) per tornare nel 1973 per cercare di convincere i giovani Xavier e Magneto (James McAvoy e Michael Fassbender) a riportare sulla retta via Raven/Mystica (Jennifer Lawrence) ormai sulla strada della vendetta?

Questo film è la dimostrazione lampante di quanto sia importante per un regista avere tra le mani una sceneggiatura molto solida. Lo script si mostra essere il perfetto e geometrico assemblaggio dei vari intrecci spazio-temporali tra passato-presente-futuro e, come se non fosse sufficiente, riesce a trasportare le vicende del fumetto all’interno della storia dei turbolenti anni ’70, aggiungendo anche quel tocco di ironia che non guasta mai in un film che ha il dovere di intrattenere il suo pubblico.

Sicuramente, X-Men – Giorni di un futuro passato non è perfetto; tante sono le cose da raccontare, tanti i salti temporali, tanti i personaggi (tutti egualmente protagonisti). Carente anche un villain che (nonostante sia il quotatissimo Peter “Tyrion Lannister” Dinklage) non resterà nella storia né per il suo carisma né per le sue efferatezze.

Tutti difetti sui quali, tuttavia, si può tranquillamente soprassedere per un film che riesce con schiettezza e con la “sintesi” (son pur sempre due ore e passa) a raccontarci una storia più che scorrevole e piacevole, con una regia funzionale e mai troppo dedita agli Effetti Speciali ormai quasi del tutto imperanti nel nostro cinema (e, non sempre, così necessari come vorrebbero farci credere).

Certo è che, oltre alla quasi perfetta sceneggiatura, Singer ha avuto il piacere di contare su attori straordinari; oltre a due Sir della vecchia scuola (Stewart e McKellen), anche su due attori più impegnati come McAvoy e Fassbender che dimostrano una brillante alchimia tra loro e riescono a non essere semplici alter-ego e alla Diva in ascesa Jennifer Lawrence qui più sensuale e tormentata del solito.

Il 3D è quasi del tutto inesistente se non per dare profondità agli spazi e alle atmosfere di un futuro scenografico sapientemente realizzato. Una strizzatina d’occhio e una nota di merito a Even Peters, il giovane interprete di QuickSilver, protagonista della scena più bella ed emozionante del film.

 

Evoluzione sociologica di Godzilla

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Wired si chiede come mai Godzilla diventi sempre più grande. Si parte, infatti, dal presupposto che «nel 1954», anno in cui inizia la lunga serie di film che vedono protagonista proprio il “Lucertolone radioattivo”, «Godzilla era alto soli 50 metri. Oggi, sessant’anni dopo, è grande più o meno il triplo, quasi la metà dell’Empire State Building di New York.»

Wired parla di evoluzione in termini biologici. Di fatto, però, l’evoluzione di Godzilla può essere analizzata anche in termini prettamente sociologici. La realtà è ricolma di svariati atti di violenza e i media ci “costringono” da sempre a sottoporci alla visione di tali “oscenità”. Una visione anaffettiva, meccanica e ripetitiva che ha teso ad una sorta di anestetizzazione dello spettatore nei confronti delle “immagini del reale”. Quest’inibizione sortisce un effetto paradossale: lo spettatore cinematografico, sapientemente abituato a tali visioni, in sala chiede un’unica cosa ai film violenti o catastrofici: “ne voglio di più”.

Mi rifaccio a un interessantissimo libro, Benvenuti nel deserto del reale, di Slavoj Žižek, filosofo e psicanalista sloveno contemporaneo: «Quando, a distanza di giorni dall’11 settembre, il nostro sguardo ancora veniva catturato dalle immagini dell’aereo che colpiva una delle torri, tutti noi siamo stati costretti a sperimentare cosa siano la “compulsione a ripetere” e il godimento al di là del principio di piacere: volevamo vedere, ancora e ancora, le stesse scene ripetute fino alla nausea, e la misteriosa soddisfazione che ne traevamo era godimento allo stato puro.»

Dal punto di vista contenutistico, questo Godzilla non ci lascia nulla se non la consapevolezza che il marketing sfrutta con gusto proprio il suddetto principio di piacere dello spettatore che ama vedere scene catastrofiche, grattacieli che crollano, città devastate, eserciti che nulla possono contro la furia di tsunami, lucertole giganti, alieni e anche, sì, terroristi.

Si è messo in moto un meccanismo per il quale, per attirare l’attenzione, si è elevato lo stimolo. Così facendo, tuttavia, è anche aumentata la soglia della capacità di emozionarsi, turbarsi, spaventarsi. I Disaster Movie, i film sui Super-Eroi e, in questo caso, Godzilla, sono aumentati (e si sono “evoluti”) esponenzialmente perché è cresciuta esponenzialmente sia la voglia dello spettatore di “mettersi alla prova” di fronte a certe visioni ma anche la voglia di “distanziarsene”.
Sempre in relazione alla tragedia del World Trade Center, Žižek sostiene: «mentre la cifra di seimila vittime veniva ripetuta di continuo, è impressionante quanto poco si sia visto del massacro vero e proprio: niente corpi smembrati, niente sangue, niente facce disperate della gente che sta per morire.. E’ evidente il contrasto con i servizi che riguardano le catastrofi del Terzo Mondo, dove l’effetto da ottenere è proprio la messa in mostra di qualche dettaglio raccapricciante […] Queste riprese sono sempre accompagnate dall’avvertimento introduttivo: “alcune delle immagini che vi mostreremo sono estremamente violente e potrebbero impressionare i bambini”, un tipo di avvertimento che non abbiamo mai sentito per le notizie che riguardavano il crollo delle torri gemelle. Non è questa un’ulteriore prova della distanza che – anche in quei tragici momenti – ha continuato a separare Noi da Loro e dalla loro realtà? Il vero orrore accade lì, non qui.»

Questo è esattamente quello che succede in Godzilla: vittime e disastri e distruzioni annunciati. Ma (quasi) mai morti ben in vista e solo qualche brutta escoriazione sul volto dei protagonisti. Perché i Disaster Movie hanno il solerte compito di ricordare allo spettatore: “Tutto quello che stai vedendo succede sullo schermo, non a te che sei comodamente seduto su quella poltrona. Puoi stare tranquillo.”

(Spoiler) E se il messaggio non fosse nemmeno troppo chiaro, in quest’ultima gloria del Lucertolone, Godzilla è addirittura Dio e Salvatore dell’universo e delle città. E’ nel mostro che c’è la Salvezza; la distruzione è necessaria alla speranza della sopravvivenza.

Fonti:
http://www.wired.it/scienza/ecologia/2014/05/07/perche-godzilla-diventa-sempre-piu-grande/

S. Žižek, Benvenuti nel deserto del reale. Cinque saggi sull’11 settembre e date simili, Meltemi, Roma, 2002

Nebraska

Nebraska-Poster-BigTrapiantato a Billings, nel Montana, il testardo e taciturno Woody (Bruce Dern nel ruolo che gli è valso il premio come miglior attore a Cannes) ha ormai fatto il suo tempo e, forse, si sente un po’ inutile, ma è convinto di aver ricevuto un grosso colpo di fortuna: una lettera gli comunica, infatti, di esere il fortunato vincitore del jackpot di una lotteria pari a un milione di dollari. Per reclamare i suoi soldi, Woody insiste di doversi recare presso gli uffici della società che gestisce la lotteria, in Nebraska. Preoccupato per lo stato mentale del padre, tocca a David (Will Forte) accompagnarlo in quel viaggio all’apparenza ridicolo e senza scopo.

Nebraska è la storia di un ritorno, con una dose massiccia e confacente di malinconica liricità.
Il regista, Alexander Payne, aveva pensato a questo film tanti anni fa e dopo la consacrazione di Sideways e il successo dell’ultimo Paradiso Amaro, ha deciso finalmente di portarlo sullo schermo affidandosi allo sceneggiatore semi-esordiente Bob Nelson. La scelta del bianco e nero e del Cinemascope sono scelte dovute per lo più a necessità tecniche e di contenimento di costi piuttosto che a una voluta scelta estetica. La Paramount, infatti, non voleva spenderci tanto ma aveva garantito a Payne il necessario per la realizzazione. Di fatto, il bianco e nero aiuta. Non solo sancisce l’operazione malinconia che si abbarbica alla storia di quest’uomo che ritorna – guarda caso, per necessità – nella sua cittadina quasi fosse un eroe. E tramite gli altri personaggi, c’è un confluire di voci e storie su di lui, quasi un vecchio album di fotografie che scorre leggero, sulla via dei ricordi. Allo stesso tempo, Woody rappresenta quella senilità che si avvicina brutalmente all’infanzia più capricciosa: l’inutilità e la speranza lo conducono a voler avere a tutti i costi un obiettivo, un sogno da centrare, con la stessa caparbietà di un bambino che decide di volersi mangiare una barretta di cioccolato prima di cena. Il bianco e nero sottende uno stato di sospensione del tempo e degli spazi e l’universalità della storia che, in fondo, riguarda un po’ tutti noi. Una famiglia normale, in un momento della sua vita, che si ritrova ad affrontare un nuovo capriccio, rigorosamente insieme.. e se poi spuntano di mezzo i soliti “parenti-serpenti”, tanto meglio: ci sentiremo tutti più comprensivi.

Nebraska è un film piccolo e lo dimostra anche la mancanza di attori più commerciali. Eppure è strutturato magnificamente, retto da una regia trasparente, completamente devota alle interpretazioni realistiche dei suoi personaggi. Il tutto si dipana tra il riso-amaro, con qualche battuta decisamente divertente e qualche lacrima che non può che venir giù.

Sul Divismo e altri discorsi

Inutile negarlo: on-line ci sono ancora gli effetti del passaggio di Hunger Games – Catching Fire e dei suoi giovanissimi interpreti al Festival del Film di Roma. C’è chi continua ad osannare la bellezza del Premio Oscar Jennifer Lawrence, c’è chi critica l’organizzazione del Festival – colpevole di non aver saputo gestire la mole inferocita di fan, venuti da tutt’Italia – chi già sostiene che l’anno prossimo, sempre a Roma, si dovrebbe tenere la prima del terzo capitolo della saga.

pubblicoIo posso dire che c’ero. Non come fan, ma come giornalista che si è dovuta svegliare alle 6 del mattino, quando ancora era tutto buio e freddo, per arrivare alle 8 all’Auditorium Parco della Musica per assistere all’unica anteprima stampa del suddetto film. E, alle 8, i fan erano già tanti, troppi. E più che mai carichi e inferociti – persino noi, avendo un passaggio “privilegiato”, siamo stati insultati.

Usciti dalla proiezione, verso le 11, la folla è ovviamente aumentata. Sul red carpet c’erano almeno sei/sette file di ragazzini – alcuni accompagnati dalle madri – già pronti a difendere il loro sudatissimo posto. La tanto odiata cavea, che allontanava i “tributi” (così si fanno chiamare i fan di Hunger Games) dalla speranza di un autografo, avvicinandoli però alla prospettiva di ottime foto, era già quasi piena.

Da esterna, posso dire che questa situazione un po’ mi divertiva, un po’ mi spaventava ma soprattutto mi inquietava.

 

A parte le recensioni dei critici, pochissimi sono i commenti sul film, ma quei pochi che ho letto sono – ovviamente – estasiati. Hunger Games è indubbiamente un film per ragazzi ma bisogna andarci piano nel screditarlo. Al contrario, infatti, di saghe terribili come quella di Twilight che ha soprattutto provveduto allo snaturamento del ruolo del vampiro, Hunger Games è tutto sommato molto più gradevole ed interessante. La storia d’amore c’è – anche qui un triangolo – ma passa decisamente in secondo piano. La vera protagonista della saga è la Società.

Per quei pochi indenni che non conoscono la trama, ci troviamo in una realtà distopica nella quale una nazione di nome Panem è divisa in 12 distretti assoggettati a Capitol City – patria della ricchezza, dell’ostentazione e della frivolezza. Ogni anno, da ormai più di 70 anni, si tengono gli Hunger Games: ogni distretto deve concedere due tributi (un maschio e una femmina) entrambi adolescenti che devono recarsi a Capitol City per partecipare a questi giochi dove i ragazzi devono.. uccidersi. Solo uno sopravvive. Tutto questo viene fatto per evitare delle rivoluzioni e, per sedare gli animi, i giochi vengono trasmessi in diretta televisiva.

Inutile dire che una storia del genere porta sullo schermo numerosissime tematiche. Pensiamo al classico “Panem et circenses” – da cui il nome della Nazione del film – che richiama una delle tattiche politiche più in voga nei regimi totalitari: dare al popolo pane e divertimento, così da sedarlo, così da distrarlo. Per non parlare poi di tutte le tattiche pubblicitarie messe in gioco per salvaguardare questo o quel tributo, dei meccanismi perversi che si innescano nel popolo che tende a sperare nella salvezza del ragazzo del proprio distretto a discapito di qualcun’ altro (meccanismo poi che tende in un certo modo a voler mantenere sempre una certa ostilità, una certa disunione del popolo). Pensiamo al fatto che i tributi stessi, per ingraziarsi il pubblico, ed essendo costantemente guardati da tutti, devono sostenere una sorta di ruolo, per sopravvivere.

La protagonista di Hunger Games è Katniss, una sedicenne del distretto 12 – uno dei più poveri, se non “il” più povero – ed è tutto tranne che amichevole: silenziosa, scostante, un po’ maschiaccio, anche un po’ acidella. Però lei salva la sorella più piccola, proponendosi al suo posto per i giochi e, alla fine, ovviamente vince. Ma lei non vince alla classica maniera: lei vince salvando anche l’altro ragazzo del suo stretto distretto, Peeta, col quale ha inscenato una storia d’amore.

Katniss è la rappresentazione vivente della ragazza comune: non è particolarmente avvenente, non è per niente particolare, non è nemmeno simpatica. Ma ha coraggio e un forte spirito di sopravvivenza e, inconsciamente da’ la miccia per la rivoluzione dentro Panem. Inevitabile che per un personaggio del genere facesse breccia nel cuore delle ragazzine che da una parte ci si rivedono e dall’altra sperano di essere coraggiose e forti quanto lei.lawrence

Ma Katniss è prima di tutto Jennifer Lawrence. Attrice americana, classe ’90, che nel 2012 è riuscita ad aggiudicarsi l’Oscar come miglior attrice protagonista per Il Lato positivo. Ma tutt’ora, piuttosto che parlare del premio in se, quando si pensa alla Lawrence la notte degli Oscar, si pensa alla caduta che ha fatto, nel suo splendido abito bianco, mentre saliva le scale per ritirare il suo premio. Un momento sicuramente imbarazzante per la giovane ma fondamentale per gli spettatori. La caduta si è dimostrata essere, infatti, un momento di straordinaria empatia: un’attrice giovanissima, di talento (ha vinto un Oscar: varrà qualcosa) è un essere umano come tutti gli altri: anche lei è caduta.

 

Anche gli Dei dell’Olimpo cadono. E il riferimento agli Dei non è casuale. Jennifer Lawrence è sicuramente solo uno degli ultimi straordinari casi di Divismo della nostra epoca. Il delirio e l’amore dimostrato dai fan nei confronti dell’attrice (particolare non trascurabile, infatti, che il maggior numero di ammiratori fossero ragazze di sesso femminile accorse ad osannare un’altra ragazza, a discapito dei protagonisti maschili) è un elemento sociologico che caratterizza la nostra società. Una società che da decenni è bombardata dai media e ancora non si rende conto di che effetto possano produrre. Ecco perché Hunger Games, tutto sommato, è un prodotto ammirevole e intelligente: è un voler mettere in guardia. Gli spettatori amano Katniss ma, conoscendo la Lawrence, amano inevitabilmente anche lei. Gli attori, queste straordinarie creature in grado di emozionarci con le loro interpretazioni al cinema, sono anche in grado di appassionarci con le loro vite private.

 

Se nell’antica Grecia si veneravano gli Dei, ora si venerano gli attori. Il personaggio al cinema, tra l’altro, è molto più efficace di un qualunque personaggio letterario: dandogli corpo e dandogli una fisicità percepibile tramite gli occhi, la persona comune si identifica più facilmente col personaggio e, molto spesso, sviluppa una forma di amore nei confronti dell’attore che lo interpreta. Capita spesso che la personalità di un personaggio molto amato venga associata all’attore che l’interpreta: la stessa Lawrence, proprio qui a Roma, ha dichiarato che tutto l’amore dei fan non era tanto per lei, quanto per Katniss. thor

 

Inutile dire che tali star tendono a compensare quelle qualità che l’individuo comune è pienamente consapevole di non avere. Mi vengono in mente tanti altri personaggi: penso a Thor, ora nelle sale col secondo capitolo della saga. Divinità Marvel, sogno erotico delle fan, e fantasma reale di ogni nerdone che vorrebbe i suoi muscoli e il suo senso di giustizia – e anche tutte le fan al seguito dell’attore protagonista, Chris Hemsworth. Mi viene in mente anche Bilbo Baggins, di prossima uscita nelle sale (precisamente il 12 dicembre) con il secondo capitolo de Lo Hobbit: un personaggio estremamente comune ed insignificante che, all’improvviso viene lanciato dentro un’avventura inaspettata e diventerà ben presto un eroe. E, se non proprio un eroe, di sicuro un anello importante per la storia che verrà – di fatto, già raccontata e già vista al cinema ne Il signore degli anellilohobbit

 

Penso anche a un altro caso cinematografico, che passerà più in sordina, di sicuro: Don Jon, ottima opera prima di Joseph Gordon-Levitt (protagonista del caso 500 giorni insieme, amico di Di Caprio in Inception e “Robin” del Batman di Nolan). Don Jon smaschera in maniera divertente e velatamente proprio alcuni meccanismi di cui abbiamo parlato di sopra: come i media riescano a influenzare la gente. Il protagonista del film, Jon, interpretato da Gordon-Levitt, è un ragazzo che ne rimorchia una diversa a settimana ma le sue prestazioni sessuali gli risultano frustranti perché ha aspettative oltre la media derivate dai video porno che consuma in maniera spasmodica. Jon incontrerà e si fidanzerà con una biondona – chi meglio di Scarlett Johansson – che a sua volta ha una visione della vita falsata, però, dai film romantici che Hollywood propina da sempre.

 

Quale tematica migliore, dunque, se non il Divismo per inaugurare un editoriale di Cinema. Parlare dell’attore, del film-caso, ma soprattutto dei meccanismi che portano ad odiare e amare questo straordinario media. Un media che è sicuramente puro mezzo di intrattenimento, che a volte ci stupisce perché arriva anche ad essere arte. Ma il Cinema è prima di tutto un mezzo educativo: va guardato ma soprattutto va letto, con estrema attenzione e sempre criticamente. Come a dire che non bisogna scomodarsi a dire che il pubblico non dovrebbe vedere Sole a Catinelle. Ma bisogna piuttosto dire: ok, vediamo l’ultimo di Zalone ma sabato prossimo ci vediamo anche questo di Gordon-Levitt che fa il coattone e fa ridere ugualmente!

donjon

 

Considerazioni su Blue Jasmine

bluejasmine posterIo amo Woody Allen. Per me, costituisce una filosofia di vita. E penso che se tra qualche decennio non lo inseriranno nei volumi di filosofia gli studenti si perderanno uno dei filosofi tra i più interessanti mai esistiti.
Lo amo così tanto che penso di essere tra le poche persone che abbia tollerato To Rome with Love. In molti – soprattutto gli italiani, a buon rendere – hanno visto in quel film il ritrovo del cliché italiani: pizza, mandolino e wèwè. Beh, sai che novità: Woody Allen l’ha sempre fatto. E’ proprio questo il bello: caratterizzare dei cliché.

Il 1° dicembre farà 79 anni. Ricordo che l’anno scorso quando lo vidi, con immensa gioia, in conferenza stampa, Allen dichiarò con consapevolezza che fare film per lui è l’unica cura che gli è rimasta contro il suicidio. La sua vita senza cinema sarebbe così noiosa che tanto vale ammazzarsi. Come compatirlo. D’altro canto, ha talmente tanti canovacci e scenette scritti da giovane che.. sarebbe un peccato lasciarli rinchiusi in un cassetto.

Blue Jasmine è Cate Blanchett. La Blanchett era sposata con Alec Baldwin, un riccone che s’è fatto i soldi imbrogliando. A un certo punto, viene arrestato, spedito in prigione. E allora? Cosa fare? Si suicida. La nevrotica Blanchett, privata di soldi e averi – ma non delle sue grossolane abitudini – è costretta ad andare a San Francisco dalla sorella non biologica, Ginger. Quest’ultima è completamente diversa dall’elegante Cate: sempliciotta, ignorantella e dai gusti in fatto di vestiario e uomini veramente grotteschi

Personaggi ben costruiti, alcune situazioni non male, alcune messe a fuoco discutibili, una Cate Blanchett da paura (non la vedevo così in forma da I’m not here, dove interpretava Bob Dylan. Qui interpreta Woody Allen). Eppure c’è qualcosa che non mi ha convinto. Perché non si può dire che questo sia un film tremendo – ne ha fatti di peggiori. Eppure, da fan, non m’è piaciuto. Non riesco a farmelo piacere.

Di solito, i protagonisti raccontati da Allen sono nevrotici, hanno un qualche problema, dipendono da xanax e psicologo ma odiano quasi sempre i medici. E questo è bello perché in un qualche modo ci si riconosce in questi personaggi a loro modo fragili, che in qualche modo innescano anche un po’ di malinconia e vengono presi in giro. E’ il riscatto degli psicopatici che diventano ottimi protagonisti di ottime storie e in qualche modo si rendono comprensibili e interessanti al mondo.
In quasi tutti i film c’è un risvolto in qualche modo positivo – anche nelle tragedie, nonostante tutte le paturnie. Persino in Match Point, nonostante tutto, Rhys Meyer se la cava. L’unica a scontarla è Scarlett, ultima musa di Allen, fatta fessa e poi uccisa riprendendo un paradigma forse un po’ caro – e qui probabilmente forzato – al vecchio Hitchcock che torturava le sue bionde protagoniste sul set non potendole avere nella realtà.

Cate Blanchett è una pazza scriteriata, non semplicemente nevrotica. Nella sua storia non c’è nessuna forma di consolazione – forse solo la morte! Blue Jasmine, tra l’altro, è l’elogio dell’ignoranza: ignorante è sicuramente Ginger, ma allo stesso tempo lo è Jasmine: entrambe non sanno quello che vogliono dalla vita, e provano disperatamente a consolarsi in qualche modo, senza mai riuscirci. Non c’è via di scampo: per gli ignoranti o la morte o la pazzia. E forse è questa la consolazione.
E forse è questo che manca a Blue Jasmine: quell’ironia che va a braccetto con l’intelligenza.

Out of Furnace

UnknownRussell Baze (Christian Bale) è un operaio senza nessuna prospettiva di futuro nell’acciaieria locale; di notte si prende cura del padre malato terminale. Suo fratello Rodney (Casey Affleck), reduce da una missione in Iraq, resta coinvolto nel giro di una delle più brutali organizzazioni criminali del nord est degli Stati Uniti che organizza incontri clandestini di lotta. Quando Rodney scompare misteriosamente, di fronte all’incapacità della polizia di fornire delle risposte credibili, Russel, che non ha niente da perdere, decide di mettersi personalmente alla ricerca del fratello rischiando la vita pur di scoprire che fine abbia fatto.

 

Scott Cooper si è imposto al cinema sfondando col suo film indipendente Crazy Heart del 2009 che si aggiudicò anche due premi Oscar (miglior attore protagonista e miglior canzone).

Ora torna al cinema con Out of Furnace che vede protagonisti due attori del calibro di Casey Affleck e Christian Bale.

La storia si basa su un canovaccio estremamente noto e anche abbastanza di moda ultimamente. Il tema che dovrebbe essere portante è quello della vendetta. Un onesto cittadino che lavora e bada alla famiglia, nel momento in cui si rende conto che il fratello più piccolo è stato ucciso, decide di vendicarsi.

All’inizio il protagonista sarebbe dovuto essere Leonardo Di Caprio, qui invece nelle vesti di produttore assieme ai due fratelli Tony e Ridley Scott. Out of Furnace ha pochissimi pregi tra i quali si può tranquillamente celebrare la meravigliosa fotografia di Masanobu Takayanagi, cupa, grigia ma estremamente profonda e avvolgente. Più che Christian Bale – che inizia a tendere al monolitico: Batman fa sempre un pessimo effetto sugli attori – qui sarebbero da celebrare Casey Affleck ma soprattutto Woody Harrelson che qui interpreta il bullo della situazione.

Il problema di fondo è sicuramente la storia; molto confusionaria ma soprattutto sconnessa. Vengono inseriti nel corso della narrazione, elementi e scene del tutto inutili e personaggi sommari – come quello di Zoe Saldana, probabilmente presente per dare un tocco di femminilità. L’evoluzione del protagonista, interpretato da Bale, è sia inconsistente che immotivata; sono presenti sequenze che dovrebbero motivarci la consequenzialità della storia, le scelte dei personaggi ma tutto appare vuoto e senza senso perché brutalmente sconnesso.

Out of furnace manca di furore e di fuoco e dopo la prima ora – dove non succede assolutamente nulla ai fini della storia – lo spettatore è talmente stremato dalla noia da non essere nemmeno motivato nel continuare la visione verso la banalissima fine.